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venerdì 9 luglio 2010

Born in Africa

Innanzitutto voglio rassicurarvi: la mamma e i due pargoli stanno benone. Si vede che la combinazione genetica zambiano lucana crea esseri dotati di una resistenza assolutamente superiore a quella che siamo soliti pensare in due esserini fragili fragili quali sono due nuovi cittadini del mondo. Per carità, nemmeno la madre scherza, con la sua capacità di portare a termine la gravidanza, di reggere il rispettabile peso di 3 kg più 2,600 kg di figli ma soprattutto di uscire indenne dal General Hospital di Livingstone. Un po' di Africa la conosco, in fondo sono una trentina d'anni che questo continente mi attira come una calamita, di report sulla gestione della sanità da queste parti sia io che molti di voi abbiamo letto e visto, ma vi assicuro che un conto è stare a casa propria davanti alla televisione e guardare scorrere le immagini di qualcosa che assomiglia all'inferno: la malattia, la sofferenza, le strutture inesistenti, la sporcizia, l'incuria, rimaniamo stupiti certo, ci diciamo "Ma come è possibile che esista un tale abisso tra noi e loro" ci viene il magone e se proprio non reggiamo, il telecomando ci può riportare ad indovinare i quesiti di Gerry Scotti. Sventuratamente la notte del 29 giugno nè io, nè Giuseppe, nè Mishongo avevamo a disposizione un telecomando e il film l'abbiamo visto tutto, fino alla fine. In realtà nessuno di noi si aspettava di finire lì, il travaglio era cominciato in una confortevole clinica, tutta linda e immacolata ma qualcosa è andato storto, si è reso indispensabile il taglio cesareo e l'unico posto con una sala operatoria era proprio il General Hospital. In fretta e furia sull'auto di Giuseppe perchè di ambulanze neanche l'ombra arriviamo nell'atrio del Pronto Soccorso dove l'unica lampadina accesa non riesce a nascondere le abbondanti tracce di sangue e altro (ricordo che siamo nel regno dell'AIDS) sulla tela della barella che doveva servire a trasportare la poveretta in pieno travaglio all'Emergency Room. Sì, perchè naturalmente la E.R. è al primo piano e l'ascensore è fuori uso. Trovare qualcuno che ti dia una mano a portare su la barella non è un problema, c'è sempre un sacco di genete che bivacca nell'atrio del General Hospital: sono i parenti dei pazienti, magari arrivano da villaggi lontani, e stanno lì giorni, mangiano l'immancabile inshima, dormono, attendono. La E.R. non è precisamente quella del County Hospital di Chicago e il dott. Green che si presenta sembra più Marcello il macellaio di Fondamenta sant'Anna vicino a casa mia: stessi stivali di gomma da acqua alta, stesso camice con tracce del recente lavoro. L'unica differenza è che questo ha uno stetoscopio al collo e uno sfigmomanometro in mano. Visita rapidamente, conferma la necessità del cesareo e ci lascia lì a lottare duramente contro nugoli di zanzare (ricordo che siamo nel regno della malaria) che hanno confermato il loro quartier generale in quei locali. Come biasimarle? Lì c'è calduccio, le zanzariere alle finestre non ci sono perchè non ci sono le finestre.. Lasciamo una Mishongo terrorizzata all'ingresso della sala operatoria, dopo aver dato un'occhiata da lontano alla medesima ed aver elevato una prece al Signore. Giuseppe è paralizzato dalla paura e io lo seguo a ruota ma fortunatamente dura poco perchè nel giro di una ventina di minuti ci vengono consegnati due cuccioli da vestire e ninnare. Mishongo ci viene riconsegnata un paio d'ore più tardi, dolorante ma tutto sommato in buone condizioni. Sono passati dieci giorni, Liseli, Gerardo, Mishongo, Giuseppe e la nanny (ma non sembra anche a voi identica alla nanny di Rossella O'Hara) sono tutti a casa felici e contenti, tiriamo un sospiro di sollievo e godiamoci i due bambolotti.

2 commenti:

  1. Ciao tiziana,

    mio blog è seguente: marcones-tales.blogspot.com

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  2. un abbraccione from Zambia... ne è passata di acqua sotto i ponti... che avventure! un abbraccio da tutti noi

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